Il tempo che ci rimane: recensione in anteprima

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Il tempo che ci rimane

Esce nelle nostre sale questo weekend Il tempo che ci rimane, il film del regista palestinese Elia Suleiman, presentato al Festival di Cannes 2009. Lo abbiamo visto in anteprima, ecco la recensione.

Elia Suleiman ha attinto dai diari di sua padre per raccontare una storia semiautobiografica, quella della sua famiglia appunto, che si incrocia con la storia del conflitto palestino-israeliano dal 1948 a oggi. Non è però un film di guerra, come neppure un film storico. Al regista interessa piu il riflesso che un conflitto terribile e infinito come quello tra Palestina e Israele ha avuto su chi ha dovuto e deve conviverci allora, come oggi.

Ed è proprio la vita dei paletinesi che hanno deciso di rimanere, anche se stranieri nella propria Patria, che Suleiman racconta. E’ la storia che ha vissuto lui stesso, la sua famiglia, e di chi ha conosciuto. Una vita in bilico, fatta di silenzi, attese, a tratti rassegnazione.

Il film può essere suddiviso in quattro episodi dal 1948 a oggi. La prima parte concede più spazio al racconto storico, alla figura di un padre bello, coraggioso e taciturno, nei cui occhi c’è tutta la sofferenza di un popolo, che si unisce alla resistenza dal 1948. Passano gli anni, entra in scena Elia, prima bambino, poi adolescente e infine adulto, interpretato dallo stesso regista.

I tempi della famiglia sono scanditi dalle stesse abitudini giorno dopo giorno. La colazione tutti insieme, i vicini di casa, le lenticchie della zia che vengono rigorosamente buttate via ogni volta, le sigarette funate avidamente dal padre. Nel frattempo, la guerra, fuori dalle mura di casa, è una presenza costante, inafferrabile, onnipresente.

Nell’avvicinarsi ai tempi più recenti il racconto diventa più metaforico, silenzioso, quasi onirico. Suleiman, che interpreta se stesso, sceglie di non riportare i dialoghi tra lui e sua madre, ormai anziana e gli amici di una volta. Trovo che il silenzio sia molto cinematografico. Il silenzio è una cosa meravigliosamente sovversiva- ha dichiarato il regista.

Lo spettatore si ritrova, quindi, a immergersi nella fotografia, bellissima, e nell’intensità dei personaggi. Degna di nota l’interpretazione di Saleh Bakri, l’attore che veste i panni del padre del regista.

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